mercoledì 15 novembre 2017

Il whistleblowing è legge: ecco come funziona

Testo approvato alla Camera in via definitiva con 357 sì, 46 no e 15 astenuti. Introdotte nuove tutele per i dipendenti pubblici e privati che decidono di segnalare attività illecite.









Via libera definitivo della Camera alla legge sul whistleblowing. Il testo, che regola la segnalazione di attività illecite nell'amministrazione pubblica o in aziende private da parte del dipendente che ne venga a conoscenza, integra la normativa già esistente per i dipendenti statali e introduce nuovi strumenti per i lavoratori del settore privato in cerca di protezione. I voti a favore sono stati 357 (Pd, M5s, Fratelli d’Italia e Lega), 46 i contrari (Forza Italia, Direzione Italia) e 15 gli astenuti.

1. Dipendenti protetti da ritorsioni e licenziamenti

Per chi segnala reati o irregolarità, a partire dai casi di corruzione, la legge prevede la tutela dell'identità e la garanzia di non subire ritorsioni o atti discriminatori sul posto di lavoro. In particolare, il dipendente pubblico o privato che segnali all'autorità giudiziaria o all'Autorità nazionale anticorruzione condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza grazie al rapporto di lavoro non potrà essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa che potrebbe avere effetti negativi sulla sua carriera. Inoltre, non hanno nessun valore eventuali atti discriminatori o ritorsivi adottati dal datore di lavoro, cui spetterà dimostrare che le misure eventualmente stabilite sono motivate da ragioni estranee alla segnalazione da parte del dipendente.
SEGNALAZIONE IN BUONA FEDE. Affinché la segnalazione dell'illecito sia valida è necessario che sia fatta in buona fede. Ciò significa che il dipendente che segnala un illecito deve avere una «ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto che la condotta illecita segnalata si sia verificata».
TUTELA DELL'IDENTITÀ. L'identità del whistleblower non potrà essere rivelata e a tale scopo si potrà ricorrere anche a strumenti di crittografia. Nell'ambito del procedimento penale, l'identità del segnalante è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall'articolo 329 del Codice di procedura penale. Nell'ambito del procedimento dinanzi alla Corte dei conti, l'identità del segnalante non può essere rivelata fino alla chiusura della fase istruttoria. Nell'ambito del procedimento disciplinare l'identità del segnalante non può essere rivelata, ove la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione, anche se conseguenti alla stessa. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione e la conoscenza dell'identità del segnalante sia indispensabile per la difesa dell'incolpato, la segnalazione sarà utilizzabile ai fini del procedimento disciplinare solo in presenza di consenso del segnalante alla rivelazione della sua identità.
NO A DENUNCE ANONIME. Non sono ammesse, tuttavia, segnalazioni anonime. Per evitare il rischio di calunnie si prevede che, nel caso si accerti l'infondatezza della segnalazione o la mancanza della buona fede, scatti il procedimento disciplinare e l'eventuale licenziamento. La tutela del whistleblower si estende anche al privato, prevedendo che nei modelli organizzativi predisposti dalle aziende in base alla legge 231, quella per la prevenzione dei reati, siano inserite anche norme a tutela della riservatezza di chi segnala illeciti e contro eventuali ritorsioni.
RISERVATEZZA INFORMATICA. Le aziende, in particolare, devono aprire nei loro modelli organizzativi uno o più canali che consentano di presentare segnalazioni circostanziate di condotte illecite di cui il dipendente sia venuto a conoscenza in ragione delle funzioni svolte. Tali canali devono garantire la riservatezza dell’identità del segnalante e devono essere affiancati da almeno un canale alternativo, idoneo a garantire la riservatezza dell'identità con modalità informatiche.

2. La disciplina negli altri Paesi, Usa e Gb all'avanguardia

Il termine whistleblower fa riferimento all'immagine del poliziotto che usa il fischietto (whistle) per segnalare un illecito. Quindi è passato a indicare il lavoratore che, accorgendosi che nel proprio ambiente di lavoro avviene un illecito, decide di denunciarlo. I Paesi dove la pratica della delazione è maggiormente sviluppata sono gli Stati Uniti e il Regno Unito, dove è garantito l’anonimato delle denunce, la tutela contro licenziamenti, distaccamenti e mobbing nonché una ricompensa nel caso in cui la denuncia porti alla scoperta di reati. Negli Stati Uniti, in base al Dodd-Frank Act del 2010, il premio può arrivare al 30% della somma recuperata.
LAVORATORI FRANCESI PROTETTI. In Francia i lavoratori sono tutelati dal licenziamento o da atti discriminatori nel caso rivelino condotte illecite, anche se non è previsto che le aziende adottino espressamente policy riguardo al whistleblowing.
IN GERMANIA MANCANO NORME SPECIFICHE. In Germania, invece, non ci sono norme specifiche a disciplinare la delazione, ma è prevista comunque una protezione per chi è stato licenziato per aver denunciato un illecito in ambito lavorativo.

3. Le disposizioni della legge Severino, il primo passo nel 2012

In Italia il primo passo avanti verso una legge che disciplinasse la delazione è stato fatto con l’emanazione della legge Severino nel 2012, ma solo per il settore pubblico. Il testo disponeva l’obbligo di denuncia di pratiche abusive all’autorità giudiziaria (Corte dei conti, diretto superiore e Anac), ma non tutelava l’identità del whistleblower.



lunedì 13 novembre 2017

Cassazione: si al licenziamento del lavoratore che non comunica l'assenza per malattia


Il licenziamento è legittimo però se l'assenza ha superato il quarto giorno


di Redazione - Il lavoratore assente per malattia è tenuto a comunicare al capo le ragioni che giustificano l''assenza. Si tratta di un suo preciso obbligo previsto dal CCNL la cui inosservanza può comportare il licenziamento.
E'' quanto afferma la Corte di Cassazione con la sentenza 26465/2017 qui sotto allegata chiarendo che il lavoratore può "salvarsi" dal licenziamentose l''omessa comunicazione è dovuta a un giustificato impedimento.

Licenziamento per inadempimento obblighi di comunicazione


La Cassazione ricorda inoltre che per comminare la massima sanzione disciplinare del licenziamento è necessario che l''assenza abbia superato il quarto giorno giacché il superamento di tale limite costituisce giusta causa di licenziamento.
Si noti però che non assume rilievo l''effettività o meno della malattia perché la sanzione colpisce l''inadempimento degli obblighi di comunicazione che gravano sul lavoratore.

Come si legge nel testo della sentenza "La ratio di tale disciplina è evidente e corrisponde all''esigenza di rendere edotto il datore di lavoro nel più breve tempo possibile dell''assenza di un suo dipendente; la cadenza degli adempimenti è preordinata a consentire all''imprenditore di provvedere con tempestività ad assumere gli interventi organizzativi necessari ad assicurare il buon funzionamento dell''impresa e della produzione. Le parti sociali hanno valutato, con apprezzamento insindacabile dei contrapposti interessi, che il protrarsi dell''assenza non assistita dall''adempimento degli obblighi suddetti costituisce inadempimento così grave da giustificare il licenziamento, in quanto trascende il limite di tollerabilità di un''assenza non giustificata".

Con l''occasione la Corte ha voluto fare un sintetico riepilogo sugli obblighi del lavoratore che scaturiscono dagli articoli 9 e 10 del CCNL mettendo in evidenza l''ordine crescente delle sanzioni in base alla gravità degli inadempimenti.
Cassazione testo sentenza 26645/2017 

mercoledì 10 maggio 2017

Divorzio, Cassazione: criterio per assegno l'autosufficienza e non il tenore di vita

Per gli avvocati matrimonialisti italiani è un "terremoto giurisprudenziale" la sentenza n. 11504/17 con cui la Suprema Corte ha stabilito i nuovi parametri. Il mantenimento "non va riconosciuto a chi è indipendente economicamente". Ovvero, possiede redditi, patrimonio mobiliare e immobiliare, "capacità e possibilità effettive" di lavoro personale e "la stabile disponibilità" di un'abitazione



ROMA - La Cassazione stabilisce nuovi parametri in materia di assegno di divorzio: conta il criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica, non il tenore di vita goduto nel corso delle nozze per assegnare l'assegno divorzile al coniuge che lo richiede. Il matrimonio cessa così di essere "sistemazione definitiva": sposarsi, scrive la Corte, è un "atto di libertà e autoresponsabilità".

Una sentenza rivoluzionaria, a cui la Cassazione è arrivata nella sentenza 11504, depositata oggi, relativa al divorzio tra un ex ministro e un'imprenditrice. I supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la ex moglie chiedeva l'assegno di divorzio già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014, che aveva ritenuto incompleta la sua documentazione dei redditi e valutato che l'ex marito dopo la fine del matrimonio aveva subito una "contrazione" dei redditi.

Intervendo nel caso, la Cassazione ha corretto anche la motivazione del verdetto della Corte d'Appello di Milano: a far perdere alla ex moglie dell'ex ministro il diritto all'assegno non è il fatto che si supponga abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre "superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva" perché è "ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile. Si deve quindi ritenere - afferma la Cassazione - che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale".

La Cassazione spiega in una nota la sentenza 11504 con cui "la Prima sezione civile ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell'assegno al parametro del tenore di vita matrimoniale, indicando come parametro di spettanza dell'assegno, avente natura assistenziale, l'indipendenza o autosufficienza economica dell'ex coniuge che lo richiede".

La Corte ha ritenuto che il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio non sia più un orientamento "attuale": con la sentenza di divorzio, osserva la prima sezione civile, "il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del tenore di vita matrimoniale, in una indebita prospettiva di ultrattività del vincolo matrimoniale".

Dunque, secondo i supremi giudici, va individuato un "parametro diverso" nel "raggiungimento dell'indipendenza economica" di chi ha richiesto l'assegno divorzile: "Se è accertato - si legge nella sentenza depositata oggi - che (il richiedente) è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto". I principali indici che la Cassazione individua per valutare l'indipendenza economica di un ex coniuge sono il "possesso" di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, le "capacità e possibilità effettive" di lavoro personale e "la stabile disponibilità" di un'abitazione.

Gian Ettore Gassani, presidente dell'associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani, non esita a parlare di "terremoto giursprudenziale". "La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11504/17, ha rivoluzionato il diritto di famiglia in tema di riconoscimento dell'assegno divorzile e dei criteri per la sua quantificazione - scrive Gassani -. La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l'assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio".

"Secondo i giudici - prosegue il presidente degli avvocati matrimonialisti - l'assegno divorzile può essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede dimostri di non poter procurarsi i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento. Viene
spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei nei quali l'assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali".

mercoledì 12 aprile 2017

Lavoro: addio conciliazione se il dipendente è ingannato





Per la Cassazione anche il "silenzio malizioso" può integrare raggiro






di Lucia Izzo - Può essere annullata la conciliazione in sede sindacale se con dolo il datore di lavoro induce in inganno il dipendente, dichiarando che la sua posizione lavorativa è in esubero, salvo poi affidarla a un neoassunto.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 8260/2017, ritenendo fondate le doglianze di un lavoro che, a seguito di procedura di licenziamento collettivo, aveva sottoscritto in sede sindacale un verbale di conciliazione. Una pronuncia, che mette a rischio le prassi di gestione die licenziamenti collettivi, spesso concluse con accordi sindacali che prevedono somme ai licenziati che promettono di non impugnare il licenziamento.






Nel caso di specie, il ricorrente aveva chiesto accertarsi l'annullabilità del verbale, affermando di essere stato indotto con dolo a firmarlo da parte della società, scoprendo solo in seguito che l'assunto circa la sua posizione professionale, rientrante tra quelle eccedenti, fosse falso.


Infatti, la società aveva inserito la posizione dell'uomo tra quelle in esubero, questi aveva accettato di sottoscrivere un verbale di conciliazione, era stato licenziato e aveva scoperto tempo dopo che l'azienda aveva assunto un altro dipendente per ricoprire la sua stessa posizione




Per i giudici di merito, tuttavia, la domanda non merita accoglimento, mancando prove che dimostrino i raggiri della società nell'indurre il lavoratore alla firma dell'accordo; ancora, doveva escludersi l'errore incolpevole del dipendente, rilevata la genericità evidente della lettera di apertura della mobilità e così pure del tenore degli accordi sindacali, nella volontà di non opposizione alla mobilità medesima.



La domanda del dipendente trova invece accoglimento in Cassazione quanto alla denuncia di dolo, quale errore di diritto conseguente all'omessa valutazione dalla Corte territoriale dell'idoneità della condotta della società datrice a trarre in inganno il lavoratore.



Quest'ultima, nel documento in allegato in allegato alla lettera di apertura della procedura di mobilità, aveva a suo tempo espressamente incluso la posizione del ricorrente tra quelle eccedentarie, salva poco tempo dopo assumere un altro lavoratore per la medesima posizione. La corte territoriale, precisano gli Ermellini, non ha considerato come anche una condotta di "silenzio malizioso" sia idonea ad integrare raggiro.





Infatti, un tale silenzio, serbato su circostanze rilevanti ai fini della valutazione delle reciproche prestazioni da parte di colui che abbia il dovere di farle conoscere, costituisce, per l'ordinamento penale, elemento del raggiro, idoneo ad influire sulla volontà negoziale del soggetto passivo.



Nel contratto di lavoro, precisa il Collegio, "il silenzio serbato da una delle parti in ordine a situazioni di interesse della controparte e la reticenza, qualora l'inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l'inganno perseguito, determinando l'errore del deceptus, integrano gli estremi del dolo omissivo rilevante ai sensi dell'art. 1439 c.c.".



Occorre poi, conclude la sentenza, tenere presente in linea generale come, in tema di dolo quale causa di annullamento del contratto, nelle ipotesi di dolo tanto commissivo quanto omissivo, gli artifici o i raggiri, così come la reticenza o il silenzio, debbano essere valutati in relazione alle particolari circostanze di fatto e alle qualità e condizioni soggettive dell'altra parte, onde stabilirne l'idoneità a sorprendere una persona di normale diligenza, non potendo l'affidamento ricevere tutela giuridica se fondato sulla negligenza.


Pertanto, per i giudici il ricorso va accolto e la sentenza impugnata cassata: il giudice del rinvio dovrà provvedere alla regolazione delle spese e utilizzare i principi di diritto enunciati per accertare l'idoneità della condotta della società datrice a integrare un dolo omissivo in danno del proprio dipendente, così da comportare l'annullamento del verbale di conciliazione sottoscritto tra le parti in sede sindacale, nell'ambito della procedura di mobilità ai sensi della legge 223/1991 e le pronunce eventualmente conseguenti.
 Cass., sezione lavoro, sent. n. 8260/2017
 

martedì 11 aprile 2017

Riforma processo penale: rischia il carcere chi registra le telefonate di nascosto e le diffonde

Il DDL di riforma del processo penale introduce un nuovo reato e riforma le intercettazioni


di Valeria Zeppilli – Una delle più importanti novità del ddl sul processo penale, approvato nei giorni scorsi al Senato (leggi: "Riforma del processo penale: via libera dal Senato. Tutte le novità e il testo approvato"), e ora in attesa dell'avvio dell'esame alla Camera, che stenta a partire, complici le persistenti polemiche (che vedono gli avvocati in prima fila contro il testo licenziato) è la riforma delle intercettazioni e l'introduzione di un nuovo reato con la previsione della reclusione per chi registra le telefonate di nascosto e le diffonde a scopo fraudolento.  

Fonte: Riforma processo penale: rischia il carcere chi registra le telefonate di nascosto e le diffonde




Pena sino a quattro anni di carcere
Il nuovo reato, più in particolare, è commesso da chi registra fraudolentemente delle conversazioni, anche telefoniche, svolte in propria presenza o effettua delle riprese audiovisive in maniera illecita e ne diffonde i risultati con il solo scopo di danneggiare l'altrui reputazione o l'altrui immagine.
Per tale fattispecie delittuosa il DDL di riforma del processo penale prevede delle pene molto severe, che possono arrivare sino a quattro anni di carcere per il colpevole.
Non sono comunque punibili coloro che utilizzano tali registrazioni per esercitare il diritto di difesa o il diritto di cronaca né coloro che se ne servono nell'ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario.

Le novità in materia di intercettazioni

Il DDL, in ogni caso, si occupa di intercettazioni in lungo e largo, non limitandosi a questa specifica disposizione ma delegando al Governo una completa revisione del relativo regime giuridico.
Sono ad esempio previste diverse misure volte a garantire la riservatezza dei cittadini, in particolare di coloro che sono estranei ai fatti per i quali si procede ma che sono stati coinvolti occasionalmente da intercettazioni; si introduce, poi, la possibilità di utilizzare i trojan con comando attivato da remoto quale strumento di indagine; infine, si punta al risparmio dei costi di circa il 50%.


In allegato il testo del DDL.

DDL riforma processo penale

Fonte: Riforma processo penale: rischia il carcere chi registra le telefonate di nascosto e le diffonde

giovedì 24 marzo 2016

Avvocati, pratica obbligatoria e a numero chiuso: ecco cosa cambia







Tira aria di novità per gli aspiranti avvocati. Le modalità in cui si accede alla pratica forense, obbligatoria per poter accedere all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione, stanno per cambiare.
Praticantato a numero chiuso in base ai meriti universitari, con corsi di formazione obbligatori ed esami sia all’ingresso che all’uscita: ecco cosa prevede la bozza di regolamento sulla disciplina dei corsi di formazione per la professione forense che è stata trasmessa dal Ministero della Giustizia al Consiglio Nazionale Forense per l’approvazione.
Questa mossa rientra nel piano ministeriale di restringere il numero di avvocati sul territorio (che in Italia sono circa 220mila), e infatti da tempo si discute anche della possibilità di inserire Giurisprudenza tra le facoltà a numero chiuso. Adesso si prova ad agire per altre vie, in particolare sull’esame di abilitazione all’esercizio della professione a sul percorso della pratica forense.
In Italia, infatti, chi si laurea in Giurisprudenza e intende intraprendere la professione di avvocato deve fare un periodo di praticantato della durata di 18 mesi al termine del quale può accedere all’esame di Stato per l’abilitazione. Dal momento che le università danno un’impostazione troppo teorica, molti neolaureati prima di iniziare la pratica si iscrivono a scuole di specializzazione per arrivare più preparati all’esame di Stato e negli studi legali.
Con le nuove disposizioni pronte a entrare in vigore, però, il settore della formazione degli aspiranti avvocati durante la pratica vedrà qualche cambiamento. Vediamo nel dettaglio cosa devono aspettarsi i praticanti avvocati.

Pratica forense, novità: a numero chiuso e in base al merito

Dopo la laurea coloro che desiderano diventare avvocati e iscriversi regolarmente all’Albo dovranno fare la pratica forense in cui sono previsti corsi di formazione della durata minima di 160 ore, distribuite nell’arco 18 mesi di pratica, così come avviene con la raccolta delle firme in tribunale.
Nonostante la formazione continua sia obbligatoria anche per i tirocinanti, essa non sarà aperta a tutti, ma sarà previsto il numero chiuso. Come fare per accedervi, dunque? Verranno valutati i meriti universitari, quindi il percorso accademico (voti e particolari note di merito), ma bisognerà anche superare un esame scritto e orale volto a selezionare i migliori aspiranti legali.

Pratica forense, novità: selezione e corsi professionali

La selezione degli aspiranti avvocati più meritevoli sarà fatta dagli stessi responsabili dei corsi di formazione e non solo all’ingresso, ma anche durante e al termine della pratica.
Saranno, infatti, previste tre verifiche intermedie (una per ogni trimestre) che consistono in una prova orale sugli argomenti trattati a lezione e di tre prove scritte svolte secondo i criteri dell’esame di abilitazione. Inoltre ci sarà un esame finale che in un certo senso anticipa e si aggiunge all’esame di Stato.
In cosa consisteranno la formazione e le verifiche? Si presterà particolare attenzione alla tecnica di redazione degli atti giudiziari, alla conoscenza del linguaggio giuridico da parte del praticante, e agli approfondimenti casistici nelle materie di diritto civile, amministrativo, tributario e penale, con riferimento all’etica professionale, alla deontologia forense, alla ricerca delle fonti ecc… In questo modo si mira a formare il tirocinante per renderlo idoneo a superare senza problemi il vero “spauracchio”, ovvero l’esame di abilitazione.

venerdì 27 marzo 2015

Concorso Magistratura 2015-2016: date bando, consigli come prepararsi

Si avvicina il Concorso Magistratura 2015-2016: ecco tutte le notizie sulle date delle prove, sul bando, le possibili tracce e i consigli su come funziona, come studiare e come prepararsi al concorso per magistrato
Concorso Magistratura - come studiare e come prepararsi
Concorso Magistratura – come studiare e come prepararsi

Come si entra nella magistratura Italiana oggi e come si diventa dei magistrati?
Tutti i candidati che si stanno  ormai da tempo preparando ad affrontare il concorso magistratura 2015, hanno avuto modo di esaminare il bando che apre le porte dei tribunali a 340 nuovi magistrati.
Ma quali sono le possibili tracce che potrebbero essere sottoposte ai candidati del concorso per magistrato? Tra gli altri dubbi che attanagliano i candidati, quali sono le date del concorso per magistratura 2015.
Apprese le date del concorso in magistratura 2015-2016 i candidati e aspiranti toghe dovranno intensificare gli studi: ci si chiede a tal punto come si svolge il concorso in magistratura, come prepararsi, come studiare e dunque come superarlo. A tal fine abbiamo chiesto l’intervento degli esperti di settore come Pierpaolo Ecclesia, Responsabile di JUSforyou che ci darà utili consigli su come studiare per svolgere le prove e superare il concorso in Magistratura.
La situazione è ancora incerta, ma a breve si saprà quali saranno le date di ogni prova così come preannuncia il bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Non mancano, poi, tutte le incertezze su come prepararsi al concorso magistratura, anche in base alla grossa difficoltà delle prove da dover superare. In merito a questo, abbiamo intervistato gli avvocati di JUSforyou, noto corso per la preparazione non solo  dell’esame avvocato ma anche per affrontare al meglio il concorso magistratura. Pierpaolo Ecclesia, Responsabile JUSforyou, ci ha dato degli importanti consigli su come affrontare il concorso magistratura e su come studiare.