giovedì 30 giugno 2011

Legittimità dell'accesso al fondo altrui

La Corte di Cassazione, Sezione II, con sentenza  del 5 aprile 2011, n. 7768, ha sentenziato in tema di legittimità dell'accesso sul fondo altrui.

La Corte afferma che se, ai sensi dell'art. 843 c.c., il proprietario deve permettere  l'accesso ed il passaggio sul suo fondo, sempre che ne venga riconosciuta la necessità, al fine di costruire o riparare il muro o altra opera propria del vicino o comune, è anche vero che, ai fini dell'accertamento delle condizioni di cui all'art. 843 c.c. la valutazione comparativa dei contrapposti interessi delle parti deve essere compiuta con riferimento alla necessità non della costruzione o della manutenzione, ma dell'ingresso e del transito.

Quindi ai fini dell'accesso sul fondo altrui per riparare un opera,  il Giudice deve verificare se vi siano i presupposti per accedere al fondo altrui oppure la liceità dell'opera.

lunedì 20 giugno 2011

Ministero del Lavoro: permessi per riduzione orario di lavoro, disciplina per mancato godimento/pagamento


Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con la nota circolare prot. 25/Segr/0009044, emanata in data 3 giugno 2011, fornisce chiarimenti in merito alla disciplina applicabile in caso di mancato godimento/pagamento dei permessi per riduzione di orario di lavoro (R.O.L.). Nello specifico il Dipartimento, ribadendo che i c.d. R.O.L. costituiscono un istituto di natura contrattuale - la cui regolamentazione, requisiti e modalità di fruizione è ascrivibile alla disponibilità delle parti nell'ambito della loro autonomia negoziale - sottolinea l'importanza che assumono accanto alla legge, la contrattazione collettiva aziendale e le pattuizioni di carattere individuale quali fonti regolatrici di istituti afferenti al rapporto di lavoro. Il Ministero, evidenziando come tali fonti siano da ritenersi strumenti maggiormente aderenti e conformi alle esigenze dei diversi contesti economico-sociali in cui sono inseriti i lavoratori, ritiene quindi possibile agevolare forme flessibili di godimento dei permessi per riduzione orario di lavoro, nell'ottica del contemperamento tra le esigenze dell'impresa e i diritti del lavoratore, in modo tale che non sia preclusa alla contrattazione collettiva anche aziendale ed alle parti individuali del rapporto la determinazione di un termine più ampio per la fruizione dei R.O.L., rispetto a quanto stabilito dal comtratto collettivo nazionale del settore di riferimento.
(Data: 07/06/2011 10.30.00 - Autore: L.S.)

Legittimità dell'accesso al fondo altrui

La Corte di Cassazione, Sezione II, con sentenza  del 5 aprile 2011, n. 7768, ha sentenziato in tema di legittimità dell'accesso sul fondo altrui.

La Corte afferma che se, ai sensi dell'art. 843 c.c., il proprietario deve permettere  l'accesso ed il passaggio sul suo fondo, sempre che ne venga riconosciuta la necessità, al fine di costruire o riparare il muro o altra opera propria del vicino o comune, è anche vero che, ai fini dell'accertamento delle condizioni di cui all'art. 843 c.c. la valutazione comparativa dei contrapposti interessi delle parti deve essere compiuta con riferimento alla necessità non della costruzione o della manutenzione, ma dell'ingresso e del transito.

Quindi ai fini dell'accesso sul fondo altrui per riparare un opera,  il Giudice deve verificare se vi siano i presupposti per accedere al fondo altrui oppure la liceità dell'opera.

martedì 14 giugno 2011

Cassazione: ripulire denaro sporco? E' riciclaggio a prescindere da quale sia il reato da cui provengono i soldi

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. n. 45643/2009) ha stabilito che, contro la lotta al riciclaggio di capitali, l'incriminazione prescinde dal reato dal quale provengono i soldi (un tempo le accuse di riciclaggio si reggevano solo se era stata accertata la concussione, la corruzione, reati societari e fallimentari) e si può fondare "su qualsiasi condotta tendente a ripulire il denaro sporco", fra cui un'evasione fiscale e la sola appartenenza a un'organizzazione criminale. I Giudici del Palazzaccio hanno infatti osservato che "il delitto di riciclaggio di cui all'art. 648/bis cp., come riformulato dall'art. 4 legge 9/8/1993 n. 328, che ha provveduto a riscriverne la condotta in conformità della Convenzione del Consiglio d'Europa sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato, nonché della Direttiva n. 166 in data 10.6.1991 del Consiglio dei Ministri della Comunità Europea, con cui gli stati membri venivano inviatati ad evitare che il riciclaggio dei proventi di reato, è oggi svincolato dalla pregressa tassativa indicazione dei reati, che potevano costituirne il presupposto, esteso attualmente a tutti i delitti non colposi, previsti dal codice penale – per cui il delitto di riciclaggio può presupporre come reato principale non solo delitti di riciclaggio può presupporre come reato principale non solo delitti funzionalmente orientati alla creazione di capitali illeciti, quali la corruzione, la concussione di reati societari, i reati fallimentari, ma anche delitti, che secondo la visione più rigorosa e tradizionalmente ricevuta del fenomeno, vi erano estranei, come ad esempio i delitti fiscali e qualsiasi altro – consiste in qualsiasi condotta tendente a ripulire il cd. danar sporco, facendo perdere le tracce della sua provenienza delittuosa nelle diverse forme della sostituzione o del trasferimento del danaro dei beni o di altre utilità di provenienza illecita ovvero da compimento di altre operazioni in modo da dissimulare l'origine illecita e da ostacolarne l'identificazione della provenienza illecita" e che "la eliminazione della indicazione normativa dei reati presupposto si è resa necessaria in conseguenza della straordinaria mutabilità delle forme usate dal mercato finanziario ed economico in genere nella formazione di capitali illeciti, suscettibili di essere successivamente 'lavati' e per l'altrettanto straordinaria capacità delle menti finanziarie della grande criminalità organizzata, nell'escogitare metodi e sistemi di 'ripulitura' dei capitali illeciti".

Cassazione: infortunio sul lavoro, responsabilità penale del componente del CdA responsabile della gestione aziendale

Con sentenza n. 19555 del 18 maggio 2011, la Corte di Cassazione ha affermato la responsabilità penale del componente del Consiglio di Amministrazione nonché responsabile della gestione aziendale, in ordine all'infortunio occorso ad un dipendente della società che aveva "inavvertitamente appoggiato la mano sulla lama della macchina rettificatrice il cui funzionamento non aveva provveduto ad arrestare allorché aveva allungato la stessa mano nel tentativo di fermare la caduta a terra di uno dei pezzi che aveva allineato sulla macchina". Nello specifico i Giudici di legittimità, confermando la sentenza della Corte d'Appello, hanno stabilito che la circostanza che alla produzione dell'evento avesse concorso la parte offesa, con condotta imprudente - "per aver fatto eccessivo affidamento sulla pregressa esperienza e sulla reiterazione delle stesse operazioni" - non solo non vale ad escludere la responsabilità dell'azienda ma tantomeno può escludere la sussistenza dell'aggravante del fatto commesso in violazione delle norme antinfortunistiche, in particolare dell'art. 35, comma 1, D.Lgs. n. 626 del 1994. Infatti, si legge nella sentenza, "l'infortunio si era verificato perchè la macchina rettificatrice - già obsoleta all'epoca del fatto - non era stata adeguata agli specifici congegni di sicurezza, individuati dal progredire della tecnica".

domenica 12 giugno 2011

Spese condominiali: chi paga?

La Cassazione, con sentenza n. 24.654 del 3 dicembre 2010 ha sancito che ogni condomino è tenuto a contribuire alle spese che si rendono necessarie mentre è proprietario. 

La vicenda che ha fatto pervenire a tale soluzione riguardava il caso di un acquirente che dopo aver acquistato un appartamento in un condominio scopriva di dover pagare alcune spese di cui il venditore non aveva mai parlato. 

Si trattava di spese relative a lavori straordinari di ristrutturazione votati dall'assemblea un anno prima quando l'appartamento era ancora di proprietà del vecchio proprietario.

La Corte nel pronunciarsi sulla questione fa però una distinzione a seconda del tipo di spese. Nel caso in esame le spese sono relative ad opere di manutenzione straordinaria che devono, in quanto tali, essere preventivamente approvate dall'assemblea. Per cui, dal momento che le ha approvate il vecchio proprietario, deve essere lui a pagarle. 

Altro e diverso caso è quello riguardante le spese relative a lavori di ordinaria amministrazione, per le quali l'assemblea approva un preventivo annuale, in modo da avere un fondo per coprire tutte le piccole spese che si manifestano durante l'anno. Se le parti si accordano diversamente, le spese devono essere pagate da chi è il proprietario al momento dei lavori.

domenica 5 giugno 2011

Disdetta e prelazione: pluralità di proprietari

E' necessaria la denuntiatio di ogni singolo comproprietario nel caso di prelazione di un immobile urbano in comproprietà.
Alla prima scadenza contrattuale, infatti, l'avviso di diniego del rinnovo del contratto, dovuto alla intenzione di vendere l'immobile locato, deve provenire da tutti i proprietari, anche nel caso in cui il contratto di locazione sia stato stipulato da uno soltanto di loro.
Così hanno stabilito i giudici della terza sezione della Cassazione nella sentenza 7 ottobre 2010, n. 20807 precisando, altresì, che nel caso contrario a quanto sopra detto, il conduttore avrà la possibilità di rientrare nel possesso dell'immobile grazie all'esercizio del suo diritto di riscatto dopo l'avvenuta vendita.
In tal modo la Corte ha dato seguito ad un indirizzo giurisprudenziale che vuole una interpretazione estensiva dell'articolo 38 della legge n. 392 del 1978 e succ. mod.
Per quanto concerne la disciplina del diritto di prelazione, così come configurata nella sopra citata norma, la comunicazione del locatore di voler vendere l'immobile, se lo stesso appartiene a più proprietari, deve avvenire da ogni singolo proprietario, in quanto, nel caso in cui provenga da uno solo di essi, si richiede la spendita del nome anche degli altri e, ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 1324, 1350 e 1312 c.c., la loro procura in forma scritta.
Pertanto, secondo quanto precisato dalla sentenza che qui si commenta in caso di immobile in comproprietà, l'obbligo di effettuare la denuntiatio incombe non solo sul locatore ma su tutti i comproprietari dell'immobile.

sabato 4 giugno 2011

EFFICACIA NEL TEMPO DEL PERMESSO DI COSTRUIRE

Il permesso di costruire deve indicare il termine di inizio e di ultimazione dei lavori. L’inizio dei lavori non deve superare un anno,mentre dalla data di inizio dei lavori non devono decorrere più di tre anni. E’ prevista, però, la possibilità di richiedere una proroga dei termini solo quando si siano verificati dei fatti indipendenti dalla volontà dell’interessato che abbiano determinato un ritardo nell’inizio e nella ultimazione dei lavori.
Se l’interessato non può utilizzare il permesso(ad esempio perché ha bisogno di un nulla-osta da parte di un'altra autorità amministrativa), il termine iniziale comincia a decorrere nel momento in cui l’interessato è in grado di poter iniziare i lavori.
Se i lavori non vengono iniziati o ultimati nei termini si perviene alla decadenza del permesso per la parte che non è stata compiuta, a meno che prima della scadenza non venga richiesta una proroga.
La decadenza opera di diritto, ossia senza la necessità di una dichiarazione da parte dell’autorità amministrativa. Qualora non vengano ultimati i lavori nel termine previsto e si incorra in decadenza occorre ottenere il rilascio di un nuovo permesso di costruire per la parte da completare , sempre che nel frattempo non siano intervenute nuove previsioni urbanistiche incompatibili con le opere ancora da eseguire e sempre che queste non rientrino tra gli interventi realizzabili tramite denuncia di inizio attività. Nel caso di rinnovo del permesso di costruire è necessario pagare nuovamente il corrispettivo se nel frattempo sono sopravvenute variazioni nei costi di urbanizzazione e costruzione.

Differenze tra la proroga e il rinnovo del permesso di costruire
Ai fini del rilascio della proroga è sufficiente che il funzionario verifichi che il ritardo nell’inizio o nell’ultimazione dei lavori sia stato dovuto a fatti estranei alla volontà dell’interessato in riferimento alla notevole mole dell’opera da realizzare. Sono del tutto ininfluenti le intervenute modifiche della disciplina urbanistico-edilizia nel frattempo sopravvenute.
Nel caso di rinnovo del permesso, l’amministrazione si trova a dover esaminare una domanda del tutto nuova. Per cui dovrà tener conto esclusivamente delle condizioni di fatto e di diritto esistenti al momento della presentazione della stessa, senza essere vincolata dal permesso precedente.  Ciò significa che se nel frattempo sono intervenute delle modifiche alla disciplina urbanistico-edilizia e le nuove prescrizioni non permettano il rilascio di un nuovo permesso rispetto al progetto originariamente presentato, l’interessato è obbligato a procedere alle variazioni necessarie perché il permesso sia conforme alle nuove norme.

giovedì 2 giugno 2011

Nessuna responsabilità del notaio se il cliente fornisce in ritardo la documentazione necessaria per l'atto

La Corte di Cassazione ha stabilito con sentenza n. 8865 del 2011 che "Il notaio che non esegue tempestivamente la trascrizione di un atto di compravendita non è in alcun modo responsabile del ritardo se l'acquirente non si sia attivato per tempo al fine di procurare al professionista le necessarie certificazioni anagrafiche". 

Non può difatti addebitarsi alcuna negligenza al notaio nel caso in cui allo stesso non sia stato conferito lo specifico incarico di reperire tutta la documentazione e il cliente non abbia provveduto personalmente all'adempimento entro i termini di detta attività.